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Il Tatuaggio Polinesiano
Il tatuaggio polinesiano è una delle tradizioni più antiche del mondo e da oltre duemila anni non si è mai interrotta: in una società senza scrittura il corpo diventava il testo che raccontava rango, discendenza e passaggio all'età adulta. Qui trovi la storia, le tecniche e gli strumenti, il significato della posizione sul corpo e i collegamenti ai principali simboli polinesiani.
Che cosa significa «polinesiano»
La Polinesia è una sottoregione dell'Oceania: un insieme di oltre mille isole dell'Oceano Pacifico distribuite all'interno di un'area triangolare che ha ai suoi vertici la Nuova Zelanda, le Hawaii e l'Isola di Pasqua (Rapa Nui). «Polinesiano» non indica un popolo solo, ma un insieme di popoli che condividono lingua, cultura e credenze: i Marchesi, i Samoani, i Tongani, gli abitanti di Niue e delle Isole Cook, gli Hawaiani, i Tahitiani e i Māori.
Le lingue di queste isole hanno differenze locali, ma condividono parole chiave come Moana (l'oceano) e Mana (una forza o energia spirituale che può essere trasmessa), e questo dice quanto l'oceano fosse vicino al sentire di queste genti, che lo ritenevano fonte e garanzia di vita. Anche la famiglia è un concetto più ampio di quello a cui siamo abituati: la Ohana comprende i parenti di sangue ma anche amici e vicini, ognuno con un ruolo nel crescere, istruire e nutrire i bambini.
Le origini di questi popoli sono state a lungo oggetto di dibattito. Le ricerche genomiche più recenti confermano che i Polinesiani discendono dalle migrazioni austronesiane partite dal Sud-Est asiatico — con un'area di origine individuata a Taiwan — passate attraverso la Melanesia e la cultura Lapita, con un contributo genetico papuano minoritario. Il popolamento della Polinesia occidentale (Samoa, Tonga, Figi) risale a circa tremila anni fa; da lì i navigatori partirono verso est, in una delle ultime grandi espansioni umane del pianeta.

A cosa serviva il tatuaggio nella società polinesiana
Nella Polinesia antica non si era sviluppato un sistema di scrittura: i tatuaggi erano perciò carichi di simboli distintivi che delineavano identità e personalità. Indicavano non solo lo status all'interno della gerarchia sociale, ma anche la maturità sessuale, la discendenza e il rango. In una società fortemente gerarchica, questo significava che pressoché tutti portavano tatuaggi.
Il tatuaggio era anche un rito di passaggio: per un giovane uomo samoano sottoporsi al pe'a, il tatuaggio che copre il corpo dalla vita alle ginocchia, era un momento decisivo della vita sociale. Le donne ricevevano il malu, un tatuaggio più leggero e meno ritualizzato, con motivi geometrici e pseudo-floreali sulle mani e sulla parte inferiore del corpo. Chi era tatuato portava sul corpo la prova della propria appartenenza alla comunità e della propria dedizione alla tradizione.
Da «tatau» a «tattoo»: l'incontro con gli europei
Le prime isole polinesiane raggiunte dagli occidentali furono le Isole Marchesi, avvistate dall'esploratore spagnolo Álvaro de Mendaña de Neira nel 1595. Vista la scarsità di risorse considerate di valore, le isole non destarono però particolare interesse.
Fu quasi due secoli più tardi che le spedizioni britanniche di James Cook riaprirono il triangolo polinesiano all'attenzione dell'Europa. È dalla parola tatau — che in tahitiano, samoano e tongano indica l'atto di incidere e segnare la pelle — che deriva la parola inglese tattoo, nella forma settecentesca tattow: il termine compare per la prima volta nel resoconto pubblicato del primo viaggio di Cook, nel 1769. In marchesano la stessa parola diventa tatu. Prima di allora l'Occidente descriveva questa pratica come pittura, cicatrice o macchia. (Attenzione a non confonderla con l'omonima parola inglese che indica il rullo di tamburo militare: quella viene dall'olandese taptoe ed è tutt'altra storia.)
Le spedizioni di Cook fecero da cassa di risonanza: il botanico Joseph Banks e l'artista Sydney Parkinson scrissero e disegnarono molto sul tatuaggio, e diversi membri dell'equipaggio si fecero tatuare. Cook portò inoltre in Inghilterra un uomo di Raiatea chiamato Ma'i (noto anche come Omai), presentato alla corte di Giorgio III, i cui tatuaggi contribuirono a far conoscere in Europa l'arte polinesiana. Secondo diverse testimonianze, affascinati da questa forma d'arte, anche alcuni marinai cominciarono a tatuarsi.
Il divieto e la rinascita moderna
Il tatuaggio polinesiano esisteva da oltre duemila anni, ma nel XVIII e XIX secolo, con la colonizzazione e le missioni cristiane, ne fu vietata la pratica. Il riferimento era un versetto del Vecchio Testamento: «Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio. Io sono il Signore» (Levitico 19,28). I divieti ispirati all'Antico Testamento imposero dalle missioni e dal potere coloniale cancellarono quasi del tutto le tradizioni di alcune isole, come Tonga e Tahiti. Dove i missionari avevano meno influenza la pratica sopravvisse, e non era raro che capi e notabili tongani facessero il viaggio verso Samoa per farsi tatuare.
A Samoa la tradizione di tatuare a mano è rimasta viva e continuata per oltre duemila anni. La rinascita moderna parte dagli anni Settanta e Ottanta del Novecento; a Tonga il ritorno della pratica, a partire dalla fine degli anni Novanta, è stato guidato dai maestri tufuga tatau samoani e portato avanti da artisti, ricercatori e studenti tongani.
C'è anche un passaggio recente e poco noto: dal 1986 al 2001 il tatuaggio tradizionale fu vietato in Polinesia Francese per motivi di igiene, perché gli strumenti in legno e osso erano difficili da sterilizzare. In quegli anni gli artisti tahitiani ricostruirono strumenti e tecniche osservando il lavoro dei maestri samoani, e oggi la tradizione è tornata a fiorire. Nelle Isole Marchesi, in particolare, il tatuaggio non è mai scomparso del tutto, e i disegni marchesani sono tra i più richiesti: l'arte del te patutiki è candidata al riconoscimento come patrimonio culturale immateriale dell'UNESCO.
Le tappe principali
1595
Lo spagnolo Álvaro de Mendaña de Neira raggiunge le Isole Marchesi
1769
Nel resoconto del primo viaggio di James Cook compare la parola tatau, che diventa tattow e poi tattoo
XVIII-XIX secolo
Le missioni cristiane e il potere coloniale vietano il tatuaggio tradizionale in gran parte della Polinesia
1960-1980
Rinascita del tatuaggio polinesiano e ritorno delle tecniche a mano
1986-2001
Il tatuaggio tradizionale è vietato in Polinesia Francese per motivi di igiene
Tonga, Samoa e le Isole Marchesi
Nelle isole di Tonga e Samoa il tatuaggio polinesiano si è sviluppato in una forma d'arte altamente rifinita, carica di significati sociali e culturali. I guerrieri di Tonga erano tatuati dalla vita alle ginocchia con una serie di motivi geometrici, formati soprattutto da texture a triangoli, strisce e aree di riempimento nero pieno. I tatuaggi erano eseguiti da sacerdoti che avevano affrontato un lungo addestramento e che seguivano precisi rituali.
Nell'antica Samoa il tatuaggio ricopriva un ruolo importante anche nei rituali religiosi e nelle pratiche di guerra. I tatuatori avevano una posizione privilegiata all'interno della società e tramandavano la pratica di padre in figlio, ereditando il ruolo per diritto di sangue. Di norma questi artisti tatuavano gruppi di sei-otto persone, in genere uomini, durante cerimonie alle quali assistevano parenti e amici. Il tatuaggio dei guerrieri samoani si estendeva dalla vita fino a poco sotto le ginocchia.
Le Isole Marchesi furono tra le prime aree della Polinesia orientale raggiunte dai navigatori partiti dall'area Tonga-Samoa. Le datazioni radiocarboniche ad alta precisione collocano la colonizzazione della Polinesia orientale, Marchesi comprese, in un periodo molto più recente di quanto si ritenesse in passato, intorno al XIII secolo d.C. Qui l'arte e l'architettura raggiunsero una raffinatezza notevole e i disegni dei tatuaggi, che spesso coprivano l'intero corpo, furono tra i più elaborati dell'intera Polinesia.
Strumenti e tecnica
Gli attrezzi e le tecniche usate nel tatuaggio polinesiano, nel corso dei secoli, non hanno subito differenze sostanziali. L'arrivo del Cristianesimo a Tonga provocò l'estinguersi di diverse pratiche indigene, compresa quella del tatuaggio, ma questo non accadde a Samoa, dove la tradizione di tatuare a mano è rimasta viva per oltre duemila anni. Le tecniche venivano assimilate attraverso un lungo periodo di apprendistato: un giovane artista in formazione passava ore e giorni a esercitarsi sulla sabbia o sulla corteccia d'albero con uno speciale pettine chiamato au.

Il maestro samoano — il tufuga tatau — costruiva i suoi strumenti con denti affilati di cinghiale o osso, ridotti a punte sottili e fissati con fibra di cocco a una piastra di guscio di tartaruga, il tutto legato a un manico di legno. Il pettine veniva immerso nel pigmento e battuto sulla pelle con un piccolo maglio di legno, seguendo solo pochi segni di riferimento come guida: non esistevano stencil né disegni preparatori. Accanto al maestro lavoravano degli aiutanti, i toso, che tendevano la pelle del cliente e praticavano massaggi terapeutici durante e dopo la seduta.
Il rito, il dolore e la guarigione
I marchi indelebili sul corpo dei polinesiani avrebbero ricordato e celebrato per sempre la loro dedizione alla tradizione e la loro resistenza al dolore. Il dolore era forte, e il rischio di morire per un'infezione era una preoccupazione ben motivata. Non sottoporsi al rito significava però essere etichettati come codardi o come pala'ai (la zucca), attirandosi l'odio e il disprezzo del resto della tribù. Chi non sopportava il dolore e lasciava il tatuaggio incompiuto portava su di sé il marchio della vergogna per il resto della vita.
Erano quindi in pochi a sottrarsi al tradizionale pe'a, l'intricato tatuaggio che copriva il corpo da metà del torso fino alle ginocchia. Una sessione durava di norma fino al calare del sole, o finché il tatuato non riusciva più a sopportare il dolore: si riprendeva la mattina seguente, a meno che la pelle infiammata non richiedesse qualche giorno per calmarsi. L'intero processo poteva durare tre o quattro mesi. A tatuaggio completato la famiglia del tatuato ne celebrava la fine con una festa, e il maestro rompeva un vaso d'acqua ai suoi piedi per sancire la fine del calvario.
La guarigione richiedeva mesi. La pelle tatuata doveva essere lavata con acqua salata per scongiurare il rischio di infezioni e massaggiata per evitare che vi si depositassero impurità. Amici e parenti aiutavano attivamente il tatuato in questa fase, perché anche le azioni più ordinarie, come sedersi o camminare, potevano irritare la pelle infiammata e causare forti dolori. Nel giro di sei mesi i segni sulla pelle cominciavano a essere riconoscibili, ma il processo completo di guarigione richiedeva quasi un anno.
La posizione del tatuaggio sul corpo
La posizione del tatuaggio ha un ruolo fondamentale nella tradizione polinesiana: gli elementi assumono significati precisi a seconda di dove sono collocati. Nelle leggende polinesiane gli uomini sono ritenuti discendenti di Rangi (il cielo) e di Papa (la terra), che un tempo erano uniti; il fine ultimo dell'uomo è ritrovare quell'unione, usando il corpo come strumento di collegamento tra i due. La parte superiore del corpo è così correlata al mondo spirituale e al cielo, mentre la parte inferiore è legata alla terra e al mondo fisico.
La disposizione di determinati elementi suggerisce anche altre letture: la discendenza genealogica, per esempio, veniva incisa sulla parte posteriore delle braccia, come se la parte posteriore del corpo fosse legata al passato e quella anteriore al futuro. Inoltre la sinistra è generalmente legata alla donna e la destra all'uomo.

Le zone del corpo e il loro significato
Testa
Punto di contatto con Rangi: spiritualità, conoscenza, saggezza, intuizione
Tronco superiore
Dal petto a sopra l'ombelico: generosità, sincerità, onore, riconciliazione. È l'area di mezzo tra cielo e terra, e per l'armonia deve restare bilanciata
Tronco inferiore
Dalle cosce all'ombelico: energia vitale, coraggio, procreazione, indipendenza, sessualità. Le cosce sono legate alla forza e al matrimonio; l'area mediana dello stomaco è il punto di origine del Mana e l'ombelico rappresenta l'indipendenza
Braccia e spalle
Forza e coraggio, legati a capi e guerrieri
Mani e avambracci
Creatività, creazione e il costruire cose
Gambe e piedi
L'andare avanti, la trasformazione, il progresso, ma anche la separazione e la scelta. I piedi, in contatto con la terra (Papa), sono legati alla concretezza
L'indipendenza è una caratteristica tenuta in grande considerazione nella società polinesiana, purché non sconfini nell'individualismo. Tutti coloro che dipendono dall'oceano per la sopravvivenza conoscono bene l'importanza della socialità, e i popoli della Polinesia hanno costruito la loro cultura attorno a questi capisaldi.
I simboli del tatuaggio polinesiano
Il repertorio polinesiano non è fatto di decorazione fine a se stessa: ogni motivo ha un nome e un significato. Tra i più conosciuti ci sono il tiki, figura ancestrale legata alla protezione; il niho mano, il motivo dei denti di squalo, simbolo di forza e difesa; l'enata, la figura umana che rappresenta le persone e le relazioni; la tartaruga honu, legata alla navigazione, alla salute e alla famiglia; la lucertola moko, associata al mondo degli spiriti e alla protezione; e la razza (pastinaca), simbolo di libertà e adattamento. Il significato di ognuno è raccolto nelle schede dedicate, mentre l'elenco completo è nell'hub dei significati dei tatuaggi.
Fonti
Sean Mallon, Tatau: A History of Sāmoan Tattooing, New Zealand Geographic — nzgeo.com.
Te Papa Tongarewa (Museum of New Zealand), Tongan tattooing: reconnecting to fonua through the art of tātatau — blog.tepapa.govt.nz; Tā moko – Māori tattooing — tepapa.govt.nz.
Royal Museums Greenwich, Facts about tattoos — rmg.co.uk.
The Diplomat, Sacred Ink: Tattoos of Polynesia (2016) — thediplomat.com.
ABC News (Australia), sulla rinascita del tatau e sul divieto in Polinesia Francese dal 1986 al 2001 — abc.net.au.
Tahiti Tourisme, Tattooing, the indelible mark of Polynesian culture — tahititourisme.pf.
J. M. Wilmshurst, T. L. Hunt, C. P. Lipo, A. J. Anderson, High-precision radiocarbon dating shows recent and rapid initial human colonization of East Polynesia, PNAS 2011 (sulla datazione della colonizzazione della Polinesia orientale) — pmc.ncbi.nlm.nih.gov.
P. Skoglund et al., Genomic insights into the peopling of the Southwest Pacific, Nature 2016 — nature.com; A. Ioannidis et al., Paths and timings of the peopling of Polynesia inferred from genomic networks, Nature 2021 — nature.com.
Fonte originale di molte delle informazioni di questo articolo: zealandtattoo.co.nz, Polynesian Tattoo: History, Meanings and Traditional Designs — versione archiviata.
Domande frequenti
Da dove viene la parola «tattoo»?
Dalla parola polinesiana tatau, che indica l'atto di incidere e segnare la pelle. Entra nell'inglese come tattow nel resoconto pubblicato del primo viaggio di James Cook, nel 1769; in marchesano la stessa parola diventa tatu.
Cosa significava il tatuaggio nella società polinesiana?
In una cultura senza scrittura il tatuaggio indicava lo status nella gerarchia sociale, ma anche la maturità sessuale, la discendenza e il rango. Era un rito di passaggio, e nella società gerarchica polinesiana quasi tutti portavano tatuaggi.
Che differenza c'è tra il tatuaggio polinesiano e il tā moko māori?
Il tā moko è la tradizione della Nuova Zelanda, una delle culture polinesiane: condivide la stessa radice culturale ma ha strumenti, tecniche e convenzioni proprie, tramandate dai Māori.
Chi poteva eseguire i tatuaggi?
A Samoa il ruolo di tatuatore, il tufuga tatau, era privilegiato e si tramandava di padre in figlio; a Tonga i tatuaggi erano eseguiti da sacerdoti con un lungo addestramento e precisi rituali. La tecnica si apprendeva con anni di praticantato.
Con quali strumenti si tatuava?
Con un pettine (au) di denti di cinghiale o osso, fissato con fibra di cocco a una piastra di guscio di tartaruga e a un manico di legno, e battuto sulla pelle con un maglio. Gli aiutanti, i toso, tendevano la pelle e praticavano massaggi.
Quanto durava un tatuaggio tradizionale?
L'intero processo poteva durare tre o quattro mesi: ogni sessione andava avanti fino al calare del sole, e la guarigione completa richiedeva quasi un anno.
Il tatuaggio polinesiano è stato vietato?
Sì. Tra il XVIII e il XIX secolo le missioni cristiane e il potere coloniale ne vietarono la pratica in gran parte della Polinesia, richiamandosi a un versetto del Levitico. Molto più di recente, dal 1986 al 2001, il tatuaggio tradizionale è stato vietato in Polinesia Francese per motivi di igiene legati agli strumenti in legno e osso.
Che differenza c'è tra pe'a e malu?
Il pe'a è il tatuaggio maschile samoano, che copre il corpo dalla vita alle ginocchia; il malu è quello femminile, più leggero e meno ritualizzato, con motivi geometrici e pseudo-floreali.
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